DAVIDE BONALDO

CONTEMPORANEI ITALIANI

Pervasivo e invasivo, presenza strisciante muta e silenziosa. Eppure assordante, soffocante, elemento connotativo di un paesaggio unificato nel segno del dramma. Mutano da nord a sud, dalle Alpi alla Sicilia, le tracce dell’antropizzazione, di un’urbanizzazione declinata a seconda delle varie e più disparate (in)sensibilità. A restare come tragico segno di unità è allora, ovunque, l’amianto. Eterno per definizione, utopia di un benessere – quello garantito dal lavoro in fabbrica – trasfigurata nell’incubo pestilenziale di uno stillicidio di morti; orrore che incombe su un territorio sfibrato, spogliato di speranze e illusioni. Un territorio che, in questa sua natura avvelenata, diventa teatro ideale dove mettere in scena lo struggente senso di spaesamento di una generazione (o più generazioni) senza punti di riferimento concettuali, ideologici, culturali. La stagione del nichilismo, assaggiata con gli anni del grunge, esplode in modo forse ancora più virulento e irrimediabile oggi. Costruisce un tenero paradosso Davide Bonaldo, che con il suo Contemporanei italiani ci offre il delicato terrore del presente. Non c’è niente di più placido e pacifico, ponte per nuove empatie, del video con cui segue i suoi performer intenti a effettuare una delle figure classiche dello yoga. Quel saluto al sole che è fiduciosa danza di rigenerazione. Ma che si traveste di cinico sarcasmo se svolto su un tetto interamente ricoperto di pannelli in fibra d’amianto, il classico profilo ondulato a ferire con la sua tossica presenza le mani e i piedi nudi. Questa è la condizione di chi oggi vive, crea e si nutre in Italia: fuori luogo sempre e comunque, cieco e inconsapevole nella sua struggente tensione verso un futuro zavorrato dalle macerie del passato. Ad accompagnare il video di Bonaldo l’indagine sospesa tra l’immaginifico e il documentario di Francesco Sala. Broni, Casale Monferrato, Bari, Bagnoli, Priolo Gargallo, Rubiera, Cavagnolo, Grugliasco: sono le otto località che in Italia hanno ospitato le principali fabbriche per la produzione dell’amianto. E hanno quindi pagato il prezzo più alto, in termini di lutti legati alle malattie asbesto-correlate e di problematiche in tema di smaltimento e bonifica. Non c’è traccia, ovviamente, della presenza di queste fabbriche nelle cartoline postali che prima dell’avvento di Instagram documentavano transiti e passaggi, accoglievano saluti e auguri a parenti e amici lontani. Ma avrebbe dovuto esserci. Perché l’amianto è stato – lo è tutt’ora – connaturato al genius loci. Sala risarcisce questa presenza-assenza ritraendo le aree dove un tempo si produceva amianto, siano esse affascinanti architetture industriali dismesse o spazi completamente recuperati, rifunzionalizzati; taglia dalle vecchie cartoline – manualmente, con un processo fisico di natura quasi performativa – la memoria costruita a tavolino dai fotografi di un tempo e la sostituisce con immagini di un presente che si carica sulle spalle i fantasmi del proprio passato.   

PLACENTIA ARTE -
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